Pensieri ed Emozioni

La vita non ci deve nulla

Come si fa ad accettare che la vita non sia giusta?

Credo che questa sia una delle domande più difficili dell’età adulta.

Da bambini ci raccontano una storia semplice:

Se studi, verrai premiato.

Se ti impegni, ce la farai.

Se sei una brava persona, incontrerai persone che sapranno volerti bene.

Se fai sacrifici oggi, domani raccoglierai i frutti.

E, tutto sommato, è una storia rassicurante.

Peccato che non sia sempre vera.

La mia generazione, quella dei Millennials, è cresciuta credendo profondamente in questa promessa. Ma penso che, in forme diverse, abbia riguardato anche altre persone. Ci hanno insegnato che il merito avrebbe trovato il modo di emergere, che il talento sarebbe stato riconosciuto e che l’impegno avrebbe avuto una ricompensa.

E così abbiamo studiato, ci siamo specializzati, abbiamo collezionato lauree, master e certificazioni. Abbiamo imparato le lingue, cambiato città, accettato lavori precari, fatto sacrifici convinti che fossero solo una tappa. Che prima o poi sarebbe arrivato il nostro turno.

Ci abbiamo creduto. Forse più del necessario.

Poi siamo diventati adulti e abbiamo scoperto che la vita non funziona come un compito in classe.

Non assegna voti.

Non premia sempre chi si impegna di più.

Non sceglie sempre chi lo merita.

A volte le persone migliori, vengono scavalcate.

A volte chi imbroglia, arriva prima.

A volte chi ama di più, viene lasciato.

A volte ci si ammala, senza aver fatto nulla per meritarselo.

Ed è proprio qui che, secondo me, nasce una delle ferite più profonde.

Non tanto perché il mondo sia ingiusto.

Ma perché siamo cresciuti credendo che fosse giusto.

Abbiamo interiorizzato l’idea che esistesse un legame invisibile tra ciò che davamo e ciò che avremmo ricevuto. Che bastasse fare la cosa giusta, impegnarsi e resistere abbastanza per ottenere, prima o poi, ciò che desideravamo.

Quando quel risultato non arrivava, non mettevamo in discussione la promessa.

Mettevamo in discussione noi stessi.

Pensavamo di non essere abbastanza bravi.

Abbastanza capaci.

Abbastanza meritevoli.

Così continuavamo a correre.

Ancora un corso.

Ancora una certificazione.

Ancora un sacrificio.

Come se la vita fosse una porta che si sarebbe aperta soltanto dopo aver dimostrato di meritarcelo davvero.

Per molto tempo, anche io, ho pensato fosse così.

Poi ho capito una cosa che, ancora oggi, faccio fatica ad accettare: l’impegno non è una moneta di scambio.

Non garantisce la felicità.

Non garantisce l’amore.

Non garantisce la salute.

Non garantisce il successo.

E nemmeno il riconoscimento.

Ci sono giorni in cui questa consapevolezza pesa più di altri.

Succede quando vedo persone incompetenti fare carriera.

Quando il successo sembra premiare chi urla più forte, non chi ha qualcosa da dire.

In quei momenti mi accorgo che si riapre una vecchia ferita.

Quella parte di me che continua a chiedersi: «Allora a cosa è servito tutto questo impegno?»

Credo che sia questa la domanda con cui, prima o poi, tutti siamo costretti a fare i conti.

Per anni, ho creduto che la felicità sarebbe arrivata quando la vita avrebbe finalmente pareggiato i conti con me.

Oggi penso che quel giorno non arriverà.

La vita non tiene una contabilità.

Non assegna premi a chi soffre di più.

Non restituisce automaticamente ciò che ci ha tolto.

E, per quanto sia difficile accettarlo, non ci deve nulla.

È una verità scomoda.

Ma è anche quella che, paradossalmente, mi sta restituendo più libertà.

Perché se smetto di aspettare che la vita pareggi i conti con me, posso finalmente smettere di vivere nell’attesa.

Posso continuare a impegnarmi, ad amare e a provarci.

Non perché questo mi garantisca qualcosa.

Ma perché è il modo in cui scelgo di stare al mondo.

Il mondo non possiamo controllarlo.

Possiamo però scegliere che cosa fare del dolore che ci consegna.

Possiamo scegliere che l’ingiustizia non abbia l’ultima parola su chi diventeremo.

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