Storie

Quarant’anni

Mio fratello Giuseppe ha compiuto quarant’anni la settimana scorsa.

E la prima cosa che ho pensato è stata: non conosco un giorno della mia vita senza di lui.

E, crescendo, ho realizzato che è stato un privilegio. Avere un fratello più grande è un privilegio.

Se chiudo gli occhi, riesco a vedere tutto. Come un déjà-vu.

Una delle prime parole che ho detto è stata: «Tuteppe».

Mi sgolavo dal balcone perché volevo stare con lui, anche se lui, al contrario, non mi voleva proprio tra i piedi.

Ci ho provato, negli anni, ad avere dei giocattoli da bambina. Ma alla fine la pistola laser ha avuto la meglio sul Cicciobello e la pista di Formula Uno ha vinto contro il camper di Barbie.

È stato il mio primo amico.

Il mio compagno di giochi e di marachelle.

In vacanza, per fare i suoi giochi spericolati, nella battaglia delle pietre mi sono rotta la testa.

Durante una partita di calcio in casa, lui ha decapitato una statuetta di mamma. E io, come sempre, le ho prese insieme a lui.

Non è mai stato un gran bugiardo. Non sapeva proprio nascondere le cose. Ed è ancora così.

Come quando rubavamo gli spiccioli dal portafoglio di mamma per comprarci di nascosto un pezzo di pizza. Lui, convinto di essere furbo, buttava la carta dalla finestra. Peccato che quella finestra fosse proprio sopra il portone di casa. Mamma trovava sempre le prove del nostro crimine.

Poi è arrivato lo scooter, ma non ho avuto molta voce in capitolo. Io volevo uno Scarabeo blu, lui un Runner giallo. Abbiamo persino preparato il cartello di suppliche, e lo abbiamo portato al collo per giorni.

E poi le corse senza casco, le uscite di nascosto, la polizia, i sequestri. E anche lì, le mazzate le abbiamo condivise.

Se ripenso alla mia adolescenza, ho soprattutto ricordi spensierati. E la maggior parte di quei ricordi ha dentro lui.

Perché stare con mio fratello era una boccata d’aria fresca.

Ha preso la patente a diciotto anni e io mi sentivo importante ad andare a scuola in macchina con lui.

I suoi amici sono diventati anche un po’ miei amici.

Ricordo i primi anni all’università, quando mi citofonava per chiedermi un bicchiere di caffè. E i film di fantascienza che mi obbligava a vedere fino a tarda notte, cercando di tenermi sveglia tra una sgomitata e l’altra.

Poi, quasi senza accorgercene, siamo diventati grandi.

Abbiamo preso strade diverse, costruito le nostre vite, cambiato città.

Sono cambiate tante cose.

Ma una no.

In qualche modo, ci siamo sempre stati.

E forse è questo il privilegio di avere un fratello maggiore. Avere qualcuno che ti conosce da prima che tu capisca davvero chi sei.

Qualcuno che ha visto la bambina che eri e tutte le persone che sei diventata. E tu, allo stesso modo, hai visto il bambino, il ragazzo, l’uomo che è diventato.

Da quando è morto mio padre, mio fratello è diventato anche un riferimento.

Quando ho un problema.

Quando non so cosa fare.

Quando la vita mi sembra semplicemente troppo.

È una delle prime persone che sento il bisogno di chiamare.

Ed è strano pensare che quel bambino che non mi voleva tra i piedi sia diventato, oggi, una delle persone accanto alle quali mi sento più al sicuro.

Forse crescere insieme significa anche questo.

Guardarsi cambiare, ma continuare a riconoscersi.

Perché ci sono ricordi che esistono soltanto perché li abbiamo vissuti insieme.

Basta un: «Ti ricordi quando?» e non serve aggiungere altro.

Quarant’anni sono tanti.

Dentro ci sono risate, litigi, estati, rimproveri, persone che c’erano e persone che non ci sono più.

E quando guardo indietro penso che, in fondo, abbiamo vissuto un pezzo enorme di vita.

Non perfetta.

Non sempre semplice.

Ma piena.

Piena di ricordi.

Piena d’amore.

Il suo sorriso e la sua risata contagiosa mi hanno accompagnato per tutta la vita.

Quel sorriso mi ha fatto divertire nei momenti felici, ma è stato anche un sollievo per l’anima nei giorni più bui.

In realtà, mi salva la vita, sempre.

E forse è questo che mi hanno fatto capire i suoi quarant’anni.

Che il tempo passa mentre noi siamo occupati a viverlo.

E che alcune persone, invece, restano dentro ogni tua versione.

Mio fratello è una di quelle.

Non conosco un giorno della mia vita senza di lui.

Sono Fedora Palermo, infermiera per molti anni, viaggiatrice e autrice de La Valigia di Effe. Scrivo di cura, lavoro, cambiamenti, legami e luoghi che lasciano qualcosa.

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