Riparare o lasciare andare?

Nei giorni scorsi il mio montalatte elettrico si è rotto, o per meglio dire: non girava più la frusta che monta il latte, anche se continuava a scaldare. Non mi sono allarmata più di tanto perché ero convintissima di poterlo aggiustare.
Quel montalatte è stato il primo regalo che ho fatto a Paolo. Non vivevamo ancora insieme. Ricordo bene il giorno in cui venne a casa mia e notò con entusiasmo la schiuma del mio cappuccino. Gli mostrai felice il mio montalatte e da lì nacque l’idea di regalargliene uno per casa sua. Scelsi con cura il colore azzurro, perché il blu è il suo preferito e perché si abbinava all’appartamento.
Nei giorni successivi ho cercato su internet dei centri di assistenza per farlo riparare. Ne ho trovati tre vicino casa. Un giorno di riposo ho riposto il montalatte nella sua scatola e sono andata al primo.
«È ancora in garanzia?» mi ha chiesto il signore che mi ha ricevuta.
In effetti non ci avevo nemmeno pensato. Facendo i conti mi sono resa conto che erano già trascorsi più di due anni e gli ho detto di no.
«Allora non c’è niente da fare. Fa prima a comprarne uno nuovo», mi ha risposto.
Non mi sono arresa. Nel secondo centro un ragazzo si è preso almeno la briga di toglierlo dalla scatola e guardarlo. Gli ho spiegato che semplicemente non girava più la frusta. Anche lui, però, mi ha detto che senza garanzia il pezzo non si poteva sostituire.
Alla fine sono arrivata all’ultimo centro, un po’ demoralizzata. Qui c’era una signora dal sorriso luminoso. Ha ascoltato tutto e, percependo la mia delusione, mi ha detto con gentilezza: «Se vuole possiamo provare a ripararlo, ma ci vorrebbe tempo e le costerebbe più di quanto vale da nuovo. Le conviene comprarne un altro. Mi dispiace».
Sono uscita dal negozio con il mio montalatte in mano, dispiaciuta e un po’ incredula. Seduta in auto, sono rimasta qualche secondo a fissarlo sul sedile del passeggero. Sapevo che era soltanto un oggetto, eppure provavo una piccola delusione.
Ho ripensato a come la soluzione di tutti fosse stata la stessa: “Buttalo e comprane uno nuovo.”
Ed è lì che il pensiero si è spostato altrove: siamo sicuri che qualche volta non facciamo lo stesso anche con le persone e con i rapporti?
Quando qualcosa non funziona più, la sostituiamo. Quando una relazione diventa complicata, a volte la chiudiamo. Ma vale anche il contrario: c’è chi insiste troppo, chi prova ad aggiustare a qualunque costo qualcosa che forse non può o non deve più essere riparato.
Questa cosa mi ha fatto pensare a mio padre e al suo foglio dei “servizi da fare”. Ogni pomeriggio lo vedevo andare in giro con mia mamma a bordo della sua Opel Zafira per aggiustare qualcosa. Se le forbici non tagliavano si andava dall’arrotino, se l’orologio non funzionava lo portava dall’orologiaio, se il mio Cicciobello si era strappato mia mamma lo ricuciva. Se le scarpe si scollavano si portavano dal calzolaio.
Ho visto quel foglio durare anni. Per ogni “servizio” cancellato ne comparivano altri quattro. Ogni tanto mio padre cambiava la data e si prendeva in giro da solo: «I servizi non finiscono mai». Lo sentivo ridere dal soggiorno. Quando il foglio si riempiva, lo strappava e ricominciava da capo. Così per tutta la sua vita, fino all’ultimo giorno.
Quando ero piccola non potevo capirlo, ma mio padre mi stava insegnando a dare una possibilità alle cose prima di buttarle via. A non arrendermi al primo guasto.

Negli anni ho fatto lo stesso anche con le persone. Spesso mi sono ritrovata a voler sistemare le cose in ogni modo, a qualunque costo. Ho sofferto perché qualche volta ho esasperato relazioni e situazioni. Non sapevo lasciare andare. Forse non so farlo ancora del tutto.
Viviamo in una società in cui sostituire è spesso più semplice che riparare. Ma anche l’idea opposta, quella secondo cui tutto debba essere salvato, può diventare una trappola.
Quando è giusto aggiustare e quando è giusto lasciare andare?
Forse il punto è proprio questo: non esiste una regola valida per ogni oggetto, ogni relazione o ogni momento della vita. Esiste il tentativo di capire se stiamo insistendo per amore o soltanto per paura di perdere qualcosa.
Sono tornata a casa e Paolo mi ha chiesto: «Sei triste perché non sei riuscita a ripararlo?»
Gli ho fatto cenno di sì con la testa mentre mi toglievo la giacca.
«Lo sapevo», mi ha risposto sorridendo.
«Io non lo voglio buttare, perché mi ci sono affezionata», ho risposto un po’ imbronciata.
«Allora non buttarlo.»
Quel giorno ho ripensato al pizzino di mio padre, a quanta vita ci fosse dentro e alla fortuna di essere cresciuta con qualcuno che mi ha mostrato il valore di provare ad aggiustare le cose.
Mia mamma ha conservato gli ultimi fogli dei “servizi da fare” di mio padre. Sono tutti stropicciati. Per molto tempo mi sono chiesta perché li avesse tenuti. Oggi penso che custodiscano soprattutto un modo di stare al mondo: dare valore alle cose e alle persone prima di decidere cosa farne.

Per quanto riguarda il mio montalatte, invece, è ancora lì nella sua scatola.
Non sapendo cosa farne, è diventato parte dell’arredamento.
Un’altra storia su ciò che rimane dopo una relazione è L’amore che dai, resta.