Tra due mondi

Alle cinque e mezza del mattino, Istanbul ci svegliava.
Fuori era ancora buio. Noi eravamo arrivati il pomeriggio prima e avevamo già scoperto di aver scelto, ancora una volta, un B&B al terzo piano senza ascensore.
Poi iniziava il canto del müezzin.
Una voce che arrivava dalle moschee e si diffondeva per la città tramite degli altoparlanti, un invito alla preghiera che avremmo sentito ogni giorno, più volte al giorno.
All’inizio mi svegliava.
Poi, in qualche modo, ci siamo abituati alla sua presenza perché quel canto è diventato il sottofondo dei nostri giorni a Istanbul.
Quattro giorni sono troppo pochi per poter dire di conoscere una città. Figuriamoci una metropoli da sedici milioni di abitanti.
Eppure Istanbul mi ha lasciato addosso tante immagini.
Più di tutte, mi ha colpito vedere come due mondi, apparentemente così diversi, riescano a convivere nello stesso posto: l’Occidente e il Medio Oriente.
Due culture, due modi di vivere, di vestire, di pregare completamente opposti.
Bastava camminare per rendersene conto.
In alcuni quartieri vedevo donne senza velo, ragazzi seduti nei bar, locali pieni di musica, negozi moderni e strade affollate come quelle di qualsiasi grande città europea.
Poi bastava attraversare qualche strada e tutto cambiava.
Le persone, i vestiti, l’atmosfera.
In alcune zone ho percepito un Islam più rigoroso e, a tratti, mi sono sentita io quella fuori posto.
Con i capelli scoperti e i miei vestiti occidentali. Mi sono sentita quasi sbagliata.
Non so se qualcuno mi stesse davvero guardando o giudicando. Forse era soltanto una mia sensazione.
Ma è stato strano. Per una volta ero io quella diversa.
Ho visitato diverse moschee, ma quella che mi è rimasta nel cuore è stata senza dubbio la Moschea Blu.

Per entrare bisogna togliersi le scarpe e vestirsi in modo appropriato. Le donne devono coprirsi il capo e, per chi ne avesse bisogno, vengono forniti gratuitamente veli e gonne per coprire le gambe.
Poi entravi e il rumore della città restava fuori.
Mi è piaciuto osservare. Le persone che pregavano, quelle che si fermavano semplicemente a guardare. I tappeti, le luci, le vetrate.
Ma soprattutto ho osservato le donne. Mi sono chiesta tante volte se, per tutte loro, coprirsi il capo fosse una scelta vissuta allo stesso modo.
Se fosse un piacere o solo un’abitudine.
Un segno di appartenenza o qualcosa a cui non si può rinunciare.
Non ho trovato una risposta.
Ho visto donne bellissime, con veli colorati indossati quasi con orgoglio. E donne, invece, completamente vestite di nero, con il volto coperto.
Due immagini molto diverse che continuano a tornarmi in mente. Perché tante volte, mi sono sentita fortunata.
Fortunata nella mia libertà.
Non perché la mia cultura sia migliore della loro, ma perché sono cresciuta con la possibilità di scegliere.
E forse, alla fine, la libertà è proprio questo.
Poter scegliere. Anche quando la nostra scelta è diversa da quella degli altri.

Istanbul è piena di gatti. Sono ovunque.
Sui marciapiedi, davanti ai negozi, sui tavolini dei bar.
Dormono tranquilli in mezzo al caos e sembrano appartenere un po’ a tutti.
La cosa che mi ha colpito è che le persone si prendono cura di loro. C’è sempre qualcuno che lascia una ciotola d’acqua o del cibo.
In una città così grande, rumorosa e caotica, ho trovato bellissimo vedere quanto spazio ci fosse anche per loro.
Abbiamo camminato tantissimo. È così che mi piace conoscere le città. Perché è solo così che ti accorgi davvero di quando qualcosa cambia. Di un quartiere che improvvisamente ha un’altra faccia, degli odori che arrivano dai ristoranti, delle persone e delle strade che probabilmente non avresti mai visto seguendo una guida.
Quando le distanze erano troppo lunghe, abbiamo preso l’autobus.
Ho bevuto il caffè turco e, contro ogni previsione, non mi è dispiaciuto affatto. Ho scoperto il chai, il tè turco, offerto continuamente come gesto di ospitalità.
E poi ho mangiato il kebap. Il più buono della mia vita. Ho realizzato che quello che mangiamo noi in Italia è molto diverso dall’originale.
E il baklava, il dolce tipico turco, buonissimo. Però, dopo un po’, decisamente stucchevole, come tutte le cose troppo dolci.

E poi il mare, o per meglio dire, il Bosforo. Lo abbiamo attraversato in barca al tramonto.
La città intorno a noi cambiava colore lentamente. Le moschee comparivano all’orizzonte, le luci iniziavano ad accendersi e l’acqua rifletteva tutto.
Da una parte l’Europa. Dall’altra l’Asia. E noi in mezzo.
Forse è stato proprio lì che Istanbul mi è sembrata più chiara.
Non una città da una parte o dall’altra, ma una città che vive nel mezzo.
Tra Oriente e Occidente.
Tra tradizione e modernità.
Tra cose che, sulla carta, sembrano inconciliabili e che invece riescono a stare una accanto all’altra.
Me ne vado da Istanbul con tante immagini negli occhi.
Non credo di aver capito questa città. In pochi giorni sarebbe stato impossibile.
Però l’ho guardata e mi sono lasciata sorprendere.
Forse è questo che mi piace dei viaggi.
Non tornare a casa pensando di aver capito tutto. Ma portarsi dietro qualche domanda in più.
Next stop: Ulaanbaatar. 🇲🇳