Il prezzo di prendersi cura
Ci sono lavori che ti chiedono tanto. E poi ci sono persone che, per continuare a svolgerli, finiscono per sacrificare una parte di sé.

Qualche anno fa ho scritto queste parole di getto, senza pensarci troppo. Ero arrabbiata, frustrata e profondamente delusa. Ce l’avevo con un sistema sanitario nel quale avevo creduto, con un lavoro che mi era sempre piaciuto e al quale avevo dedicato tempo, energie e una parte importante della mia vita. Un lavoro che, lentamente, aveva finito per prendersi molto più di quanto fossi disposta a concedergli.
Avevo investito nella mia formazione, frequentato corsi, conseguito master e sostenuto sacrifici personali ed economici per crescere professionalmente. Avevo cercato di acquisire nuove competenze per svolgere sempre meglio il mio lavoro. Eppure, a fronte di tutto quell’impegno, non avevo mai ricevuto un riconoscimento, né professionale né personale.
Ero stanca di sentirmi poco considerata, di vedere tanto impegno dato per scontato e di lavorare in un contesto nel quale sembrava non esserci spazio per le esigenze di chi, ogni giorno, si prendeva cura degli altri.
Così ho fatto quello che spesso faccio quando le cose mi fanno arrabbiare e non riesco a trovare un modo per cambiarle: ho scritto.
Ho preso un foglio bianco e ci ho riversato tutta la frustrazione che provavo. Non avevo in mente un articolo, un monologo o qualcosa da pubblicare. Avevo semplicemente bisogno di dare forma a quello che sentivo. Perché scrivere, soprattutto nei momenti in cui faccio fatica ad accettare le ingiustizie, è sempre stato il mio modo per disinnescare.
Oggi ho preso le distanze da quel lavoro. Dopo più di tredici anni, allontanarmi dalla professione infermieristica non è stato semplice. A volte vivo questa scelta come un fallimento, come se avessi perso una battaglia o non fossi stata abbastanza forte da andare avanti e farmi valere. Altre volte, invece, penso che sia stata la decisione giusta, l’unico modo che avevo per riprendermi una parte della vita che avevo sacrificato.
Non ho ancora trovato una risposta definitiva. E forse non è necessario averla.
Qualche giorno fa, mentre sistemavo alcuni file sul computer, mi sono imbattuta proprio in quelle parole. Le ho rilette e ho sentito riaffiorare la rabbia di allora, insieme a una certa malinconia per qualcosa che, nonostante tutto, ha rappresentato una parte importante della mia vita.
Ho pensato che non volevo lasciarle ancora una volta lì, dimenticate in una cartella.
Non posso cambiare le cose, anche se una parte di me vorrebbe ancora farlo. Non posso riprendermi il tempo e le energie che ho speso, né correggere tutto quello che non ha funzionato. Ma posso continuare a scrivere, a raccontare e a far sentire la mia voce.
E posso continuare a dire ai miei colleghi, a chi ancora ogni giorno indossa quella divisa e si trova a fare i conti con la stanchezza, la frustrazione e la sensazione di non farcela più: non siete soli.
Perché quelle parole, nate dalla mia rabbia, oggi forse possono servire anche a qualcun altro.
E credo che sia importante parlarne, perché dietro a quelle poche righe c’è una realtà che ho conosciuto e che, negli anni, ho visto ripetersi nelle storie di tanti amici e colleghi. Quindi eccole:
All’inizio non ci pensi.
Entri, ti metti la divisa e fai quello che devi fare. Corri, impari, ti adatti. Ti insegnano a essere veloce, precisa, resistente. A prendere decisioni in pochi secondi, a non perdere la concentrazione, a tenere insieme tutto anche quando intorno sembra cedere ogni cosa.
E tu impari.
Impari a correre nei corridoi, a riconoscere le urgenze, a gestire le situazioni più difficili. Impari a mettere da parte la stanchezza perché c’è sempre qualcosa che viene prima.
L’ospedale non dorme mai. Non esiste il dopo. Non esiste il momento in cui puoi dire: «adesso basta, ho finito».
C’è sempre il prossimo paziente, il prossimo bisogno, la prossima urgenza.
E intanto manca sempre qualcosa.
Manca il personale. Manca il tempo. Manca il respiro.
Ma non puoi mancare tu.
E allora inizi a fare spazio. Non fuori, ma dentro.
Togli il sonno, i giorni liberi, le cene con gli amici, le feste in famiglia. Rimandi tutto a un momento migliore, a quando ci sarà meno lavoro, a quando le cose si saranno sistemate.
«È solo un periodo», ti dici.
«Passerà».
Ma spesso non passa. Semplicemente, impari a considerarlo normale.
Diventa normale mangiare in piedi, saltare le pause, non bere per ore, rimandare persino il momento di andare in bagno. Diventa normale arrivare a fine turno senza sapere più se sei stanca, arrabbiata o semplicemente svuotata.
E continui.
Perché qualcuno ha bisogno di te. Perché quel paziente non può aspettare. Perché questo lavoro non puoi farlo a metà.
Ti chiedono tutto e tu, per anni, impari a dare tutto.
Senza accorgerti che, nel frattempo, qualcosa ti sta consumando.
Il burnout non arriva necessariamente con un crollo improvviso. A volte è una sottrazione lenta, quasi impercettibile.
Un giorno ti accorgi che hai meno pazienza. Un altro che sei irritata per qualsiasi cosa. Poi che non hai più voglia di parlare, di uscire, di vedere qualcuno.
Torni a casa e non hai più niente da dare.
A nessuno.
Nemmeno a te stessa.
E la cosa più difficile è che continui comunque a presentarti al lavoro. Indossi la divisa, entri in reparto e fai quello che devi fare. Magari sorridi anche. Perché hai imparato a funzionare, anche quando dentro qualcosa non funziona più.
Ci hanno insegnato a resistere.
Resistere alla stanchezza, ai turni impossibili, alle richieste continue, alle situazioni che si accumulano. Resistere a un sistema che sembra chiederti sempre qualcosa in più, senza domandarsi quanto ti sia rimasto da dare.
Ma nessuno ci ha davvero insegnato a fermarci.
E quando provi a dire che non ce la fai più, spesso non trovi lo spazio per essere ascoltata. Perché il lavoro continua, i pazienti aspettano, i colleghi sono pochi e qualcuno deve pur esserci.
Così impari a stare zitta. E a far funzionare le cose.
Ma la verità è che non siamo macchine.
Siamo persone che ogni giorno entrano in una stanza, incontrano la fragilità degli altri, ne raccolgono le paure, ne accompagnano il dolore. Persone che devono essere presenti, lucide, attente, anche quando la loro vita, fuori da quelle mura, avrebbe bisogno di tutta l’attenzione possibile.
E allora mi domando: chi si prende cura di chi cura?
Non parlo soltanto di riconoscimenti, di stipendi o di condizioni contrattuali. Parlo di qualcosa di più semplice e, forse, ancora più difficile da ottenere: la possibilità di essere persone anche mentre si lavora.
La possibilità di avere tempo per mangiare, per respirare, per riposare. Di poter dire: «oggi sono stanca», senza sentirsi inadeguate. Di ammettere che non sempre si può reggere tutto.
Perché puoi amare il tuo lavoro e, allo stesso tempo, essere stanca di quello che ti sta togliendo.
Puoi essere orgogliosa di quello che fai e desiderare di non dover più sacrificare ogni parte della tua vita per farlo.
Non dovreste sentirvi in colpa perché siete stanchi, perché avete perso entusiasmo, perché a volte non ne potete più. Non dovreste dover arrivare al punto di non riconoscervi più per capire che qualcosa non va.
Prendersi cura degli altri non dovrebbe significare smettere di prendersi cura di se stessi.
Io, nel frattempo, ho scelto di allontanarmi. Non so se sia stata la scelta giusta e non ho smesso di interrogarmi su quello che ho lasciato.
Perché anche se oggi non indosso più quella divisa, la verità è che una parte di me è ancora lì.

Ci siamo abituati a pensare che chi si prende cura degli altri debba essere sempre pronto, sempre disponibile, sempre forte. Ma non è così. Anche i sanitari si stancano, hanno paura e hanno bisogno di qualcuno che si accorga quando non ce la fanno più.
E forse dovremmo smettere di considerare normale tutto questo.
Perché non dovrebbe essere necessario ammalarsi, crollare o andarsene per dimostrare che qualcosa non funziona.