Ciò che l’acqua non può trattenere

Appunti di ciò che ho lasciato andare, e di ciò che ho ritrovato
Ci sono luoghi nella vita che non scegliamo davvero: ci arriviamo quasi per caso, spinti da un bisogno che ancora non sappiamo nominare.
Per me, quel luogo è diventato la piscina.
Non è solo acqua, cloro e bracciate. È una stanza sospesa in cui, senza volerlo, mi ritrovo a incontrare versioni dimenticate di me stessa.
Ogni volta che entro, qualcosa si scioglie e qualcosa si ricompone. È come se l’acqua avesse la capacità di scavare nelle crepe, portare a galla i frammenti che credevo perduti, e restituirmeli uno dopo l’altro, lucidi, respiranti.
È strano come, a volte, la crescita non passi dalle grandi svolte, ma da un cambio d’aria, una sfida scomoda, un gesto semplice come imparare a nuotare.
Tre anni fa mi sono iscritta in piscina con un misto di timidezza, determinazione e vergogna: trentadue anni e non saper nuotare mi sembrava uno di quei segreti che tieni nascosti per paura di essere giudicata.
All’inizio ero rigida, insicura, goffa. Ma l’acqua non ha memoria dei fallimenti: accoglie chiunque allo stesso modo. E così, piano piano, ho iniziato a sciogliermi anch’io.
Nuotare mi ha insegnato a guardarmi senza pretendere perfezione. Mi ha costretta ad ascoltare il mio respiro, a misurare la mia forza, a riconoscere i miei confini solo per poterli oltrepassare. Non sono mai stata competitiva, eppure in vasca ogni bracciata diventa una piccola sfida: con la fatica, con il fiato corto, con l’idea che gli altri siano più veloci, più eleganti, più sicuri di me.
Ci sono giorni in cui l’acqua sembra cemento liquido.
E proprio lì, quando tutto pesa, continuo a muovere le braccia. A volte non è determinazione: è una forma di amore verso me stessa, un amore imparato tardi ma che cresce ogni volta che non mollo.
E poi c’è un momento che amo più della lezione stessa: il dopo.
L’attimo in cui esco dall’acqua infreddolita, avvolta nell’accappatoio, con i muscoli stanchi ma la mente stranamente leggera. Mi incammino verso gli spogliatoi come chi torna da un piccolo viaggio segreto.
Quasi sempre finisco sotto la doccia accanto a un gruppo di ragazze adolescenti.
Non so se sia il caso o un dono del destino, ma ormai è diventato parte integrante del mio rituale.
Le ascolto. Non lo sanno, ma le ascolto.
Parlano di interrogazioni che le terrorizzano, di ragazzi che le fanno battere il cuore, di una frase detta male, di un messaggio visualizzato ma non risposto. Sono leggere e intense allo stesso tempo, come solo a quell’età si può essere.
Le loro risate rimbalzano sulle piastrelle e hanno un’energia che mi attraversa.
E ogni volta sento che una parte di me – quella che credevo spenta – si rimette in moto.
In quei minuti rubati tra il vapore e le gocce d’acqua, mi ritrovo a pensare alla me sedicenne: fragile e invincibile, convinta che la fine del primo amore fosse la fine del mondo. Piena di sogni enormi, di illusioni brillanti, di paure che oggi sembrano quasi tenere.
Ricordo quando le mie amiche erano tutto: un rifugio, una casa.
Ricordo anche quando guardavo le donne adulte con una miscela di invidia e ammirazione, convinta che la libertà arrivasse solo crescendo.
Oggi sorrido al rovescio ironico della vita: loro mi guardano come io guardavo “le grandi”, e dentro di me nasce una dolcezza infinita.
Non sanno ancora cosa perderanno crescendo: quell’ingenuità morbida, le paure semplici, le emozioni che scoppiano come fuochi d’artificio senza chiedere il permesso.
Eppure io non le guardo con malinconia, ma con nostalgia.
Non è rimpianto amaro, ma una tenerezza forte. Vorrei che restassero così — con la loro energia non filtrata, con la loro speranza ingenua, con la loro paura decadente che è anche bellezza.
Allo stesso tempo, sento gratitudine per la me che sono diventata: una donna che ha imparato ad amare se stessa, a sfidare i suoi limiti, a non arrendersi. Una donna che sa che crescere significa anche lasciare andare, ma non per questo perdere tutto.
Perché se è vero che in questi anni ho perso qualcosa – un po’ di leggerezza, un po’ di fiducia – è altrettanto vero che non ho perso la capacità di emozionarmi per gli altri. Di commuovermi per una risata, un sogno, un desiderio appena sussurrato.
Quando le ragazze mi scrutano mentre mi vesto, nei loro occhi vedo qualcosa che conosco bene: l’aspettativa, la curiosità, il desiderio di essere grandi ma anche la paura di perdere ciò che sono.
Vorrei potergli dire tante cose: non correte troppo, non lasciatevi spaventare da ciò che verrà. È bello crescere, ma non serve affrettare tutto. Conservate i vostri sogni, coltivate la vostra leggerezza, tenete stretto il vostro entusiasmo, quel disincanto che rende ogni emozione più vera. Non lasciatevi spegnere dalle delusioni.
E dentro di me nasce un augurio silenzioso: che restino piene di speranza, di desideri, di amore. E che, anche quando la vita diventerà più complessa, non smettano di sognare.
Ogni volta che lascio la piscina, non porto via solo muscoli stanchi e un accappatoio fradicio. Porto via qualcosa di più profondo: un ricordo, una consapevolezza, un pezzo di anima che si riaccende.
Nuotare non è solo uno sport per me: è un modo per restare fedele a chi ero, per scoprire chi sono diventata, e per immaginare chi potrei ancora essere.
Nuotare non mi ha insegnato solo a stare a galla nell’acqua.
Mi ha insegnato, lentamente e con gentilezza, a stare a galla nella vita.
E in quell’acqua sospesa, tra il silenzio delle bracciate e il canto delle risate delle ragazze, ritrovo me stessa. In quel viaggio continuo, capisco che non c’è fine: soltanto nuove corse, nuove pause, nuove riflessioni.

Perché la vita, come il nuoto, non è una gara: è una danza lenta, resistente, con il ritmo del cuore e dell’acqua.


