Viaggi

La paura nello zaino

Questo viaggio lo abbiamo organizzato nell’ultimo anno, cercando di dilazionare le spese e costruendo un pezzo alla volta. Trentadue giorni che ci avrebbero portato attraverso Turchia, Mongolia e Cina.

Paolo ha preparato un itinerario che, a dirla tutta, farebbe invidia a un’agenzia di viaggi. Come sempre, tutto da solo.

Io, invece, in questi mesi ho pensato soprattutto a una cosa: riuscire a partire. Perché non era più così scontato.

A maggio e giugno sono stata male. Ho cambiato più volte farmaci, prima di trovare la terapia giusta. Il cardiologo mi aveva consigliato di posticipare la partenza, perché il tempo per testare il nuovo antiaritmico era troppo breve e avrei dovuto ripetere l’Holter dopo tre mesi.

Sapevo che partire comportava dei rischi. E sapevo anche che la mia voglia di partire non cancellava quei rischi, né le preoccupazioni del medico.

Non l’ho detto a nessuno.

Non perché non avessi paura, ma perché volevo partire lo stesso e non volevo far preoccupare gli altri.

Paolo, quando faccio cose del genere, oscilla tra il darmi dell’incosciente e della coraggiosa. E io credo che, in fondo, incoscienza e coraggio siano davvero due facce della stessa medaglia.

Sarei bugiarda se vi dicessi che non ho avuto paura. Ne ho avuta. Ogni volta che mancava un battito. Ogni volta che sentivo quel vuoto che ormai conosco fin troppo bene. La testa correva immediatamente al peggio.

Eppure ho preparato lo zaino e sono partita lo stesso.

A un certo punto ho pensato: «Se domani andassi davvero in arresto, sono esattamente dove vorrei essere».

E così siamo partiti.

La Cina era l’ultima tappa.

Pechino, Xi’an, Chengdu, Zhangjiajie, Shanghai, Shenzhen, Canton, Macao e Hong Kong.

Nove tappe, migliaia di chilometri e una quantità di mezzi di trasporto di cui ormai ho perso il conto. Treni velocissimi, autobus, aerei, traghetti. Abbiamo camminato tantissimo, dormito su letti a castello, ci siamo persi, arrangiati, stancati e meravigliati.

E, ancora una volta, ci siamo messi alla prova.

La prima cosa che mi ha colpito della Cina?

I cinesi lavorano, corrono e urlano. Urlano tantissimo. Molto più di me. E so che sembra impossibile, ma è la verità.

Una vita a sentirmi dire: «Abbassa la voce». E invece sono semplicemente nata nel continente sbagliato.

Poi si mangia. Continuamente. A qualunque ora del giorno e della notte.

Comunicare è stato spesso un’impresa. Ci siamo ritrovati tante volte a doverci arrangiare con gesti, traduttori, immagini e indicazioni improbabili. Soprattutto quando dovevamo ordinare da mangiare. Indicavamo una fotografia sul menu e aspettavamo, senza sapere davvero cosa sarebbe arrivato.

Una volta ci è arrivata una zuppa talmente piccante che, dopo un solo sorso, ho iniziato a piangere. Quel giorno ci siamo scolati due birre gelate da mezzo litro. Per sopravvivere.

La Cina ci è sembrata anche un Paese estremamente controllato. Metal detector, controlli degli zaini, passaporti da mostrare. In aeroporto, in stazione, nella metro. A volte anche solo per entrare in una piazza.

Il passaporto, per un turista, è praticamente la vita. Devi averlo sempre con te. Quasi anche per andare in bagno.

E a proposito di bagni: ce ne sono ovunque e sono gratuiti. Una cosa che abbiamo apprezzato moltissimo.

Pagare, invece, è stato un altro capitolo. In Cina si paga praticamente tutto con Alipay. Noi, abituati a tirare fuori la carta o qualche moneta, ci siamo ritrovati in un mondo completamente digitale.

Poi ci sono le differenze culturali. Quelle che all’inizio ti spiazzano e che, dopo qualche giorno, inizi semplicemente a osservare.

Capita di trovare persone che fumano negli spazi chiusi. Negli alberghi, quindi, poteva esserci quell’inconfondibile odore di fumo stantio.

Si sputa per terra. Ruttare apertamente non sembra avere lo stesso significato che ha da noi. Mangiare facendo rumore è normale. I tovaglioli, invece, sembrano essere un optional nei locali.

E così poteva capitare di trovarsi in ascensore ad ascoltare un vero e proprio concerto di rutti. Trattenere le risate, lo ammetto, non è stato sempre facile.

Ma è proprio osservando queste piccole differenze che ho iniziato a pensare a quanto siamo convinti che il nostro modo di vivere sia quello giusto.

Quello normale.

Quello educato.

Quello corretto.

E invece è semplicemente quello a cui siamo abituati.

Perché viaggiare dall’altra parte del mondo ti mette davanti a una cosa che dimentichiamo facilmente: le nostre verità non sono universali.

Ci sono cose che consideriamo giuste solo perché siamo nati e cresciuti in un determinato posto. Abitudini che ci sembrano assurde finché non scopriamo che, per milioni di altre persone, sono semplicemente normali.

E allora forse non esiste sempre un modo giusto e uno sbagliato. Esistono punti di vista, modi differenti di vivere, semplicemente abitudini diverse.

E a volte, quando qualcosa ti sta stretto, non devi necessariamente cambiare tutto. A volte devi solo spostarti. Guardare la stessa cosa da un’altra angolazione.

Credo che sia anche questo il senso del viaggiare: non soltanto vedere posti nuovi, ma mettere in discussione quello che pensavi di sapere.

E di cose nuove, in questi giorni, ne abbiamo viste davvero tante:

La muraglia cinese, una delle sette meraviglie del mondo.

Le montagne di Zhangjiajie, quelle che sembrano uscite da Avatar, uno dei miei film preferiti.

I panda.

La Shanghai Tower.

Il primo blackjack giocato in un casinò di Macao.

I grattacieli e la tecnologia di Shenzhen.

I famosi palazzoni a «gabbia» di Hong Kong.

Abbiamo camminato fino a sentire le gambe stanche.

Abbiamo mangiato cose che non sapevamo nemmeno pronunciare.

E abbiamo imparato, ancora una volta, ad arrangiarci.

Ma soprattutto abbiamo scoperto che sappiamo farlo. Che possiamo uscire dalla nostra zona di comfort, adattarci, perderci e poi ritrovarci.

Che possiamo avere paura e partire comunque.

E, alla fine, il mio cuore è stato bravo, ha tenuto botta.

A tutti quei chilometri.

A tutti quei cambiamenti.

A tutte quelle emozioni.

A tutte quelle volte in cui la mia testa ha pensato al peggio e io ho continuato a camminare.

Sono tornata a casa con nuove immagini, nuove storie e nuove consapevolezze.

Perché forse è questo che amo di più del viaggio: non ti fa vedere soltanto posti nuovi.

Ti sposta qualcosa dentro.

Ti fa mettere in discussione quello che davi per scontato. Ti fa scoprire che puoi fare più cose di quelle che pensavi e, qualche volta, ti aiuta persino a capire cosa vuoi fare dopo.

Io torno a casa con le idee più chiare. Con qualche progetto nuovo in testa.

Con una valigia sicuramente più pesante e con la consapevolezza che la paura possa viaggiare con noi. L’importante è non lasciarle scegliere la destinazione.

Forse è questo che mi ha lasciato questo viaggio più di ogni altra cosa.

Che non possiamo scegliere tutto quello che ci succede, ma possiamo scegliere quanto spazio dare alla paura.

Che a volte il coraggio non è non avere paura.

È avere paura e preparare comunque lo zaino.

E forse, qualche volta, quando qualcosa ci sta stretto, non abbiamo bisogno di trovare subito una risposta. Abbiamo solo bisogno di spostarci un po’.

Perché magari, dall’altra parte, scopriamo che quello che credevamo impossibile era soltanto qualcosa che non avevamo ancora avuto il coraggio di provare.

E voi?

Cosa fareste, se per una volta smetteste di lasciare che fosse la paura a scegliere per voi?

Sono Fedora Palermo, infermiera per molti anni, viaggiatrice e autrice de La Valigia di Effe. Scrivo di cura, lavoro, cambiamenti, legami e luoghi che lasciano qualcosa.

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