Viaggi

Dove basta poco


Quando abbiamo iniziato a pensare a questo viaggio, la mia proposta era stata abbastanza chiara: Nepal e India. Paolo, invece, aveva proposto Mongolia e Cina.

Sulla Cina non avevo avuto nulla da ridire. Poi però ho pensato: la Mongolia? Cosa ci dovremmo andare a fare in Mongolia?

Fa freddo.

Ma soprattutto: cosa c’è da vedere in Mongolia?

A pensarci oggi, mi fa sorridere. Perché, senza rendermene conto, ero partita anch’io da un pregiudizio. Avevo deciso che un posto così lontano, freddo e apparentemente vuoto non avrebbe avuto molto da offrirmi. Senza esserci mai stata, avevo già stabilito che non facesse per me.

Paolo ha insistito e, alla fine, ho accolto la sua proposta.

Oggi sono felice di averlo fatto.

Arrivati a Ulan Bator abbiamo smaltito il jet lag e le sei ore di fuso orario e abbiamo iniziato a girare per la città.

La prima cosa che ho notato è stata che le macchine hanno il volante sia a destra che a sinistra. In Mongolia importano automobili anche dal Giappone e dalla Corea e, evidentemente, non si sono posti troppi problemi sulla posizione del volante.

La Mongolia è un Paese poco turistico. Ha circa tre milioni di abitanti e quasi la metà vive nella capitale. Il resto è uno spazio enorme, difficile quasi da immaginare.

E forse è proprio per questo che i bambini ci guardavano così tanto. Per strada ci indicavano e ci osservavano incuriositi. Eravamo diversi, strani, evidentemente non così comuni da quelle parti. E la cosa bella era vedere le loro facce stupite.

Nei giorni successivi abbiamo lasciato Ulan Bator e siamo partiti con un tour organizzato verso l’entroterra, fino al deserto del Gobi. Un furgone, strade che a un certo punto smettevano di sembrare strade e chilometri di nulla davanti a noi.

Ogni sera dormivamo in una ger diversa, ospiti di una famiglia nomade mongola. Il telefono non prendeva quasi mai. Non avevamo acqua corrente e non c’era elettricità. Ci si alzava con la luce dell’alba e si andava a letto quando faceva buio. Il bagno era una fossa comune.

La sera infilavamo il sacco a pelo e dormivamo su letti che, a guardarli bene, erano poco più che tavole di legno.

E credo di aver mangiato pecora in tutte le forme possibili: bollita, nel brodo, arrostita, con la pasta.

Raccontato così, potrebbe sembrare un viaggio poco allettante. E invece è stata una delle esperienze più belle della mia vita.

Ancora una volta ho messo alla prova la mia capacità di adattarmi. E ho avuto la conferma che, anche se ormai non ho più il fisico di una ventenne, riesco ancora ad adattarmi alle situazioni. Anzi, forse oggi lo faccio con una consapevolezza diversa.

Per qualche giorno non ho avuto bisogno del telefono. Non ho avuto bisogno dell’acqua calda e nemmeno di un bagno vero. Non ho avuto bisogno della luce accesa la sera. E non mi è mancato quasi nulla.

I nomadi mongoli ci hanno mostrato un modo di vivere fatto di poche cose, pochi averi e una vicinanza alla natura che noi abbiamo quasi dimenticato.

Le loro giornate sono scandite dalla luce, dal lavoro, dalla famiglia e dagli animali.

Non hanno molte delle comodità a cui siamo abituati noi. Eppure, osservandoli, ho avuto la sensazione che non avessero bisogno di molto altro.

Ho visto cavalli, cammelli, pecore, capre e vacche muoversi liberamente. Attraversavano le strade e noi dovevamo semplicemente rallentare e aspettare che passassero.

Nessuno sembrava avere fretta.

La Mongolia mi ha regalato albe che sembravano dipinte, tramonti davanti a vallate immense e un cielo stellato che non dimenticherò.

La sera uscivo dalla ger e rimanevo lì a guardarlo, anche quando avevo freddo. Non volevo perdermi nemmeno un minuto.

In questa settimana, ho pensato spesso a quante cose abbiamo nella nostra quotidianità. Di quante comodità siamo convinti di aver bisogno.

E poi arrivi in un posto dove sembra esserci così poco e ti accorgi che, forse, per stare bene non serve poi così tanto.

Non credo che la vita dei nomadi mongoli sia semplice nel senso di facile. Anzi.

Ma ho visto un modo di vivere essenziale, in cui le giornate sembravano avere un ritmo diverso e le cose davvero necessarie erano poche.

E forse è questo che mi sono portata a casa dalla Mongolia. Non la voglia di vivere con meno a tutti i costi. Ma la consapevolezza che avere tanto e stare bene non sono necessariamente la stessa cosa.

E poi c’è il pregiudizio con cui ero partita. Avevo pensato che in Mongolia non ci fosse molto da vedere. Mi sbagliavo.

Non perché la Mongolia abbia bisogno di essere piena di cose per essere interessante, ma perché avevo giudicato qualcosa che non conoscevo.

E, qualche volta, facciamo la stessa cosa anche nella vita. Decidiamo che qualcosa non fa per noi prima ancora di averlo conosciuto. Pensiamo di sapere cosa ci piacerà, cosa ci mancherà, cosa ci renderà felici. Poi arriva qualcosa che non avevamo scelto, che magari non avevamo nemmeno voglia di conoscere, e ci costringe a cambiare prospettiva.

La Mongolia mi ha ricordato che la semplicità non significa necessariamente avere meno. A volte significa semplicemente avere più chiaro ciò che conta.

Sono partita chiedendomi cosa ci fosse da vedere in Mongolia.

Sono andata via con la sensazione che, per qualche giorno, ho visto molto più di un Paese.

Ho visto un modo diverso di vivere. E un modo diverso di guardare la mia vita.

É anche questo il bello di viaggiare. Non soltanto vedere posti nuovi, conoscere persone, assaggiare cibi diversi o collezionare fotografie. A volte scopri qualcosa di nuovo anche su di te.

Io, in Mongolia, ho scoperto che posso stare bene anche con molto meno di quanto pensassi. E che, qualche volta, per capire cosa ci serve davvero, abbiamo bisogno di allontanarci da tutto quello che conosciamo.

Next stop: Pechino. 🇨🇳

Sono Fedora Palermo, infermiera per molti anni, viaggiatrice e autrice de La Valigia di Effe. Scrivo di cura, lavoro, cambiamenti, legami e luoghi che lasciano qualcosa.

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