Pensieri ed Emozioni

La mia bacchetta magica

Scrittura, tempo e il coraggio di prendere voce

Lo scorso weekend ero a Firenze, in un convento francescano.
Un luogo sospeso, di quelli che rallentano il respiro prima ancora dei pensieri.
Ero lì per uno stage di scrittura, circondata da donne meravigliose. 

Donne che, nel giro di poche ore, hanno smesso di essere sconosciute.

A un certo punto, Stefania ha scritto un testo pensando a me.
Mi ha ascoltata. Mi ha osservata.
E poi mi ha vista — davvero.

Ha descritto una sensazione che conosco fin troppo bene: quella di avere la vita davanti come una pietanza prelibata, che scorre su un nastro trasportatore, in un gigantesco all you can eat. Tutto è lì. Tutto sembra possibile.
Eppure io non riesco mai a darle un morso soddisfacente.

Raccolgo briciole.
Perché non ho tempo.
O meglio: perché passo il tempo a fare altro.

Altro che spesso non mi piace.
Altro che non mi rappresenta.
Altro che però serve.

Perché il peso delle responsabilità esiste.
Perché il costo della vita non è un concetto astratto, ma un conto che arriva puntuale.
Perché per sopravvivere, a volte, bisogna fare scelte che non hanno nulla di poetico. E non c’è colpa in questo. C’è realtà.

Quando ho letto le parole di Stefania mi sono sentita vista come da un’amica di lunga data, non da una donna incontrata poche ore prima.
E lì ho capito una cosa importante: a volte basta uno sguardo autentico per rimettere ordine dentro.

Nel suo testo, mi ha fatto un regalo simbolico potentissimo: una bacchetta magica che è un megafono.
Un megafono per urlare a chi dirige il nastro trasportatore che io ci sono.
Che di quel piatto ne voglio in abbondanza.
Che il tempo lo voglio governare io.

Non per negare i doveri.
Non per fingere che tutto sia facile.
Ma per non sparire dentro ciò che “va fatto”.

E forse è proprio questo il punto che ci riguarda tutti.

Viviamo spesso come se il tempo fosse qualcosa che ci attraversa, non qualcosa con cui dialogare.
Come se fosse un fiume impetuoso da subire, invece che una corrente in cui imparare a nuotare.
Ci adattiamo. Resistiamo. Rimandiamo a “quando sarà possibile”.

Ma il possibile, se non lo chiami, non arriva.

Forse ciò di cui c’è davvero bisogno non è più organizzazione, più produttività o più resistenza.
Forse serve coraggio.

Il coraggio di fermarsi un attimo, anche mentre tutto corre.
Di ammettere che sì, le responsabilità pesano, il costo della vita stringe, e spesso per sopravvivere bisogna fare anche ciò che non si ama.
Ma che dentro tutto questo esiste ancora uno spazio — piccolo, fragile, reale — in cui possiamo scegliere.

Scegliere di dire io ci sono.
Scegliere di non sparire completamente dentro ciò che “va fatto”.
Scegliere, anche solo per pochi minuti al giorno, quel morso di vita che ci assomiglia davvero.

Non serve cambiare tutto.
A volte basta prendere un megafono interiore e ricordarsi che la nostra voce conta.
Che il tempo non è solo qualcosa da riempire, ma qualcosa da abitare.

Perché la vita non è un buffet da osservare in silenzio mentre lavoriamo per pagarlo.
È un piatto che aspetta di essere scelto, anche a piccoli morsi, anche tra mille compromessi.

E allora la domanda resta qui, aperta, scomoda, necessaria:
Qual è quel morso di vita che stai continuando a rimandare?
E cosa succederebbe se, anche oggi, decidessi di prenderlo?

Grazie a Stefania, Monica, Elena, Elisabetta e Valentina per avermi ascoltata, osservata e vista.
E per avermi ricordato quanto può essere potente qualcuno che ha il coraggio di prendere un megafono e parlare.

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