Racconti

Mani

Le mani possono salvare.

Possono sostenere un corpo che cede, asciugare una pelle fragile, restare quando tutto il resto se ne va. Le mani possono dare dignità, protezione, silenzio. Possono essere l’ultimo gesto umano quando non ne restano altri.

Ma le mani possono anche ferire. Possono pretendere, colpire, spingere via. Possono dimenticare in fretta ciò che hanno fatto il giorno prima. Dipende da come vengono usate, e da chi decide di usarle.

Le mani sono state il centro di tutto.
Le mie, coperte da guanti che bruciavano la pelle, lavavano corpi ormai silenziosi, chiudevano zip, scrivevano nomi per non farli sparire del tutto. 

Le mani che stringevano altre mani quando nessun altro poteva farlo. Le mani che hanno fatto da ponte, da saluto, da ultimo contatto umano.

Poi ci sono state le mani fuori. Mani affacciate ai balconi, aperte, rumorose. Mani che applaudivano, che ci chiamavano eroi. In quel momento ci ho creduto. Ho creduto che quel sacrificio avesse un senso condiviso, che quella guerra non fosse solo nostra.

Mi sono immolata come persona prima ancora che come infermiera. Ho rinunciato al sonno, alla paura, agli affetti. Ho messo il mio corpo e la mia mente dove serviva, senza chiedere nulla in cambio se non rispetto e comprensione. Non volevo medaglie. Desideravo che qualcuno si prendesse cura anche di noi.

Invece, quando il rumore si è spento, siamo rimasti soli. Senza supporto, senza ascolto, senza uno spazio dove lasciare il peso di ciò che avevamo visto e fatto. Il sistema sanitario ci ha chiesto tutto, ma non ci ha restituito niente. Neppure la possibilità di dire: «non ce la faccio più».

E quelle stesse mani che applaudivano, col tempo, sono diventate dita puntate, pugni sul banco del triage, urla, aggressioni. Mani che pretendevano, che accusavano, che dimenticavano.

Le mani non sono cambiate.
È cambiato lo sguardo di chi le muoveva.

Io le mie le guardo ancora. Portano addosso tutto quello che resta. E continuano a fare il loro lavoro, anche se nessuno le applaude più.

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