Pensieri ed Emozioni

Il corpo parla

Ci sono domande che non smettono di tornare.

La mia mi tormenta da qualche mese. Quando provo a non pensarci, torna come un boomerang.

In questi anni ho sacrificato tantissime cose di me: il mio tempo, i miei affetti e i miei sogni.

A un certo punto, però, mi sono ritrovata dall’altra parte.

Non con la divisa addosso. Ma con un pigiama e un braccialetto al polso e ho iniziato a guardare il mio corpo in modo diverso.

E lì, senza rumore, è arrivata una domanda che non sono più riuscita a mettere a tacere:

Quanta salute ho lasciato, senza accorgermene, tra un turno e l’altro?

Non ho una risposta. E forse non ce l’avrò mai.


All’inizio non ci pensi. Entri, ti metti la divisa, e fai quello che devi fare.

Ti hanno insegnato così: essere veloce, precisa, presente.

Non fermarti. Mai.

Perché qualcuno ti aspetta sempre. Perché qualcuno ha bisogno.

E così impari.

Impari a correre nei corridoi, a prendere decisioni in pochi secondi, a tenere insieme tutto anche quando dentro qualcosa inizia lentamente a cedere.

Per gli infermieri non esiste davvero la fine del turno.

Esiste solo il turno dopo.
Il prossimo paziente.
La prossima urgenza.

E nel frattempo manca sempre qualcosa.

Manca il personale.
Manca il tempo.
Manca il respiro.

Ma tu non puoi mancare.

Così inizi a fare spazio.

Non fuori.
Dentro.

Tagli il sonno. Rimandi una cena. Salti un giorno libero. Ti dici che è solo un periodo, che passerà.

In fondo succede a tutti.

Solo che quel periodo non finisce più. Diventa normale.

E la tua normalità, piano piano, cambia forma.

Diventa normale arrivare a fine turno senza aver mangiato davvero.

Diventa normale rimandare continuamente di andare in bagno.

Diventa normale dire: «tutto bene», anche quando non è vero.

Diventa normale essere sempre a pezzi.

All’inizio pensi sia solo stanchezza. Poi smette di esserlo.

Perché quella stanchezza non resta al lavoro. Ti segue a casa. Si siede accanto a te sul divano.

Ti accompagna nei silenzi.

E piano piano ti accorgi che anche le cose che prima ti facevano stare bene… non ti raggiungono più.

Però continui. Perché questo lavoro non si fa a metà.

Perché lasciare indietro qualcuno ti sembra impossibile.

E così dai tutto. Ogni giorno.

Senza accorgerti che, mentre ti prendi cura degli altri, stai smettendo di prenderti cura di te.

A un certo punto, inizi anche a credere che sia giusto così.

E più dimostri di reggere, più gli altri si aspettano che tu continui a farlo.

Fino a quando non resta più nessun modo per fermarsi.


Forse, mentre leggi queste righe, pensi che io stia parlando della stanchezza.

In realtà sto parlando di qualcosa di più silenzioso.

Si chiama burnout.

Ma non arriva all’improvviso. Non ha un giorno preciso.

È una sottrazione lenta.

Ti toglie energia, entusiasmo, pazienza, leggerezza.

Ti cambia senza farsi notare.

Finché un giorno ti accorgi che stai facendo le stesse cose di sempre… ma non le senti più tue.

E la cosa più difficile è che, spesso, pensi che il problema sia tu.

Che non sei più abbastanza forte.

Abbastanza lucida.

Abbastanza adatta.

Perché ci hanno insegnato a resistere.

Ci hanno insegnato che chiedere aiuto è debolezza.

Che fermarsi è un fallimento.

Che la cura degli altri viene sempre prima.

Ma una persona non è fatta solo per resistere.

E chi si prende cura degli altri non dovrebbe mai imparare a sparire mentre lo fa.


Allora torno a quella domanda.

Quella che non mi lascia in pace da quando sono stata dall’altra parte del letto.

Quanta salute si può lasciare, senza accorgersene, in una vita passata a prendersi cura degli altri?

Non lo so.

Non so se esista una risposta giusta.

So solo che il corpo, prima o poi, parla.

A volte con un dolore.

A volte con un silenzio.

E oggi non voglio dare una conclusione.

Voglio solo lasciare una considerazione:

Non siamo fatti per consumarci per dimostrare il nostro valore.

Prendersi cura degli altri è un gesto enorme.

Ma non dovrebbe mai richiedere di perdersi.

Perché nessuna vocazione può durare se, nel farla, smettiamo di esistere noi.

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