Cuore

Metterci il cuore, diciamo spesso. O meglio, fare le cose con il cuore. Essere una persona di cuore.
Il cuore è il nostro motore. Ci tiene in vita, pompa il sangue, accelera quando ci arrabbiamo, quando ci innamoriamo, quando abbiamo paura.
Negli ultimi giorni il mio è stato un po’ ballerino. Mi ha giocato un brutto scherzo.
E così, per la prima volta da infermiera, sono diventata paziente.
Diciamo sempre che bisogna mettersi nei panni dell’altro per capire davvero cosa si prova. È vero.
Finché certe cose non succedono a te, pensi sempre che appartengano alla vita degli altri. Alle persone che incontri nei corridoi. Ai pazienti che vedi passare su una barella. Alle storie che ascolti mentre lavori.
Mai alla tua.
Poi, arriva un giorno qualsiasi, che divide tutto in un prima e un dopo. E improvvisamente ti ritrovi dall’altra parte.
Mi sono svestita, ho indossato il mio braccialetto con nome e cognome, il pigiama. Fino al giorno prima ero io a stringere quei braccialetti ai polsi degli altri.
E, senza avere il tempo di realizzare, anche io ho perso la mia identità. Non ero più io. Ero diventata il numero di un letto: il letto 13.
Tra tutti i sentimenti che ho provato, ce n’è stato uno che mi ha accompagnata più di tutti: la paura.
Paura che la mia vita potesse cambiare all’improvviso, ancora una volta. Paura che qualcosa potesse frenare la mia voglia di muovermi, partire, scoprire il mondo.
Ho visto le persone che amo avere paura per me, ed è stato quasi strano notare come ognuno la manifestasse in modo diverso. Chi parlava troppo. Chi scherzava. Chi taceva. Chi semplicemente, restava.
Eppure, anche in modi completamente differenti, la paura resta un linguaggio universale.
Sono stati dieci giorni intensi e lentissimi.
In ospedale il tempo non passa, gocciola. Lo misuri dai rumori dei carrelli nel corridoio, dalle terapie, dai cambi turno, dai vassoi lasciati sul tavolo. Aspetti una visita, un esame, una risposta, e intanto guardi l’orologio convinta che siano passate ore, quando magari sono trascorsi solo pochi minuti.
Sotto telemetria ventiquattro ore su ventiquattro, senza poter andare oltre il reparto, mi sentivo prigioniera. Sempre attaccata a dei fili, con un ago cannula nel braccio che dopo giorni iniziava a fare male anche solo al tatto.
Ci sono cose che non capisci davvero finché non le vivi.
Finché non dormi male perché il letto è scomodo e ogni bip ti sveglia. Finché non aspetti qualcuno che venga a dirti che va tutto bene. Finché non scopri quanto possa essere pesante il tempo quando non sei più libero nemmeno di fare una passeggiata.
Quando anche le cose più semplici diventano complicate. Lavarsi. Vestirsi. Sentirsi in ordine.
Ti accorgi di quanto sia strano avere bisogno di aiuto o dover fare tutto più lentamente.
Persino mangiare perde il suo significato. Il digiuno è stato una presenza costante per diversi giorni e, per una persona che ama mangiare come me, è sembrato quasi una punizione. Perché in ospedale anche il corpo cambia linguaggio: mangi per necessità, dormi quando riesci, aspetti continuamente qualcosa.
E forse è proprio lì che capisci quanto siamo fragili.

Ho guardato spesso fuori dalla finestra. Vedevo le persone camminare, le macchine passare, la vita continuare normalmente mentre io ero ferma lì dentro.
Fuori tutto correva. Dentro invece il tempo si allungava, si fermava, faceva rumore.
Da infermiera credevo che nei corridoi degli ospedali passasse la vita. Mi sbagliavo.
La vita scorre nei letti degli ospedali. Nelle giornate che sembrano non finire mai, nelle paure più nascoste, negli occhi del tuo vicino di stanza. Scorre nelle persone che aspettano una risposta. In quelle che cercano di dormire nonostante il dolore. In chi finge di stare bene per non far preoccupare gli altri.
Eppure, in mezzo a tutto questo, non mi sono mai sentita soltanto una paziente. Le infermiere del reparto mi hanno sempre trattata anche come una collega. Con un sorriso in più, una battuta, uno sguardo capace di farmi sentire meno il peso di quel letto e di quei giorni.
Forse era il loro modo di ricordarmi chi ero anche lì dentro. E credo che sia stata una delle forme più belle di cura.
Ho affrontato le mie paure, come la risonanza magnetica. Per me, che sono claustrofobica, rimanere lì dentro per un’ora è stata una prova durissima.
Una mattina è entrata in stanza una suora per pregare prima dell’intervento della mia compagna di stanza, Francesca, e ho pregato anche io.
Non le ho detto che non pregavo da tanti anni, perché in qualche modo mi ero sentita delusa da Dio. Ma, come succede nella vita, quando decidi di dare un’altra possibilità a qualcuno, quel giorno l’ho data anche a Lui.
E ho pregato davvero. Per il suo intervento. Per lei. Ho pregato che tornasse in stanza da me.
Prima di andare in sala operatoria, Francesca, mi ha chiesto di farle una foto alla schiena, per ricordarsi com’era prima dell’intervento. E lì, nella penombra della stanza, seduta sul letto, mi sembrava di essere una fotografa davanti a una fotomodella da immortalare un’ultima volta.
Quando è rientrata, tra le lacrime, mi ha detto: «Fedora, hai visto? Sono tornata.»
E anche se lei non se n’è accorta, io ho pianto.
C’è un momento che non dimenticherò mai.
In emodinamica, sdraiata sotto quelle luci fredde, ho avuto paura davvero. Non della procedura. Del dopo. Del fatto che niente, da quel momento in poi, potesse più essere come prima.
Ho pensato a tutte le volte in cui diamo per scontato che ci sarà ancora un giorno. Ancora una possibilità.
Poi la vita arriva senza chiedere il permesso e ti ricorda quanto sia imprevedibile.
Ai miei colleghi del pronto soccorso voglio dire grazie. Perché in questi giorni ho capito che, nonostante il tempo, i turni massacranti e le strade diverse prese negli anni, certe persone restano casa.
Nessuno è mancato. Un messaggio. Una chiamata. Un abbraccio.
E in mezzo alla paura mi sono sentita profondamente amata.
E poi Paolo, che ha cambiato tutti i suoi piani per me. La mia famiglia. Le mie amiche presenti anche a distanza. Mio fratello, che ha lasciato tutto ed è partito.
Ma soprattutto Francesca. La mia compagna di stanza. La persona che più di tutte mi ha mostrato la tenacia, la grinta e la voglia di non arrendersi.
Penso che ogni cosa accada per un motivo e forse il mio era proprio questo: rallentare.
Fermarmi.
Ricordarmi che non possiamo controllare tutto. Che la salute, la libertà e le piccole cose sembrano scontate finché qualcosa non te le porta via, anche solo per pochi giorni.
Torno a casa consapevole che devo rallentare, ma felice di riappropriarmi della mia quotidianità.
Per tutta la vita mi sono chiesta se stessi dando abbastanza agli altri, se tutto il cuore che mettevo nel mio lavoro e nelle mie relazioni arrivasse davvero da qualche parte.
In questi giorni ho avuto una risposta semplice.
Arriva dove resta qualcuno.
Arriva dove qualcuno ti aspetta.
Arriva dove c’è presenza.
E forse il cuore, alla fine, non è mai stato solo un organo che tiene in vita.
È ciò che ci ricorda perché vale la pena restare vivi.

E a te che stai leggendo voglio dire una cosa: Non rimandare.
Non rimandare quel viaggio, quella telefonata, quelle parole che continui a trattenere. Non aspettare il momento perfetto per vivere qualcosa che senti adesso. Gli imprevisti non chiedono il permesso. Arrivano. E cambiano tutto.
Per questo, forse, l’unica cosa che possiamo fare davvero è vivere con più presenza. Con più coraggio.
E con più cuore.



4 commenti
Alessandra
Grazie per questo bellissimo racconto.
Si è fatto leggere tutto d’un fiato!
La prima cosa che ho apprezzato è stato lo stile: pulito, fresco e invitante. Chiaro. Senza mezze misure, dritto al punto.
Poi, leggendo, ho visto tutto: la stanza, le cure, i corridoi, le attese; tutto si è visualizzato nella mia mente e sono stata lì in camera con voi.
Infine le persone: Fedora e Francesca. Due sconosciute che diventano amiche! Fa parte degli scherzi della vita; le sorprese quelle brutte sono poi bilanciate da sorprese, quelle belle, che restano e ti cambiano.
Grazie per questo racconto e per ricordarci che la vita va vissuta gustando sempre ogni giorno, ogni attimo, ogni incontro, ogni persona, ogni cuore che batte anche per te.
Grazie!
Maria Pompea Balestra
❤️
Stefania Simonati
Cara Fedora,
mi sono immersa fino al collo in questa esperienza che stai vivendo, sei stata capace con il tuo stile inconfondibile di proiettare il lettore esattamente lì con te.
Al di là di questo, che sottolinea l’apprezzamento che ho per te da quando ti conosco, penso che nel momento in cui hai tolto il camice ed hai scoperto la parte più vulnerabile di te (quando sei diventata paziente) non hai MAI perso la tua forza: hai solo cominciato ad imparare il linguaggio più profondo della cura, che richiede lentezza, calma, riflessione. Un fatto, questo, che ti renderà come persona e come professionista, un essere straordinariamente umano.
Io ho fiducia in te.
So che saprai trovare, da questa esperienza, le risposte giuste.
Silvia
A 1 giorno dal terzo compleanno del mio infarto leggo questo post. Anche io infermiera (al tempo di cardiochirurgia) e tecnico pefusionista. Già dall ECG in pronto soccorso sapevo cosa stava succedendo e cosa sarebbe accaduto poi. In emodinamica qualcosa non torna: le coronarie sono perfette ma c’è una malformazione congenita mai vista e non operabile (che nulla ha a che fare con l’ infarto). 20 giorni di ricovero: terapia intensiva, tac, risonanza, reparto, ecografia, esami. Nonostante non lavorassi più da un anno in quell’ospedale, il mio sostegno sono stati i colleghi che a ogni ora passavano a trovarmi. I colleghi “nuovi” mi telefonavano tutti i giorni.
Ti mando un grande abbraccio, ce la farai, affronterai tutto🤗