Pensieri ed Emozioni

Sopravvissuti

Mi sento una sopravvissuta.

E so che questa parola può sembrare esagerata.

Non sono andata in guerra. Non ho conosciuto la fame. Ho avuto un tetto sopra la testa, ho potuto studiare e ho avuto opportunità che molte persone non hanno avuto. Per questo ho imparato presto a considerarmi fortunata.

Eppure esistono ferite che non lasciano macerie visibili.

Sono sopravvissuta alla morte prematura e inaspettata di mio padre. A quel momento, in cui scopri, che il tuo mondo può cambiare per sempre da un giorno all’altro e che nessuno ti prepara davvero a convivere con un’assenza.

Sono sopravvissuta alle aspettative della mia famiglia, a quell’idea silenziosa di dover essere sempre all’altezza, fare bene, non deludere, dimostrare qualcosa.

Sono sopravvissuta a un lavoro che avevo idealizzato. Pensavo che, una volta arrivata lì, mi sarei sentita realizzata, soddisfatta, finalmente adulta. Invece ho trovato spesso colleghi scortesi, ambienti tossici e giornate che mi facevano dubitare di me stessa più di quanto mi facessero crescere.

Sono sopravvissuta a una società che osserva, giudica e misura continuamente. Una società che ci vorrebbe più magri, più belli, più sicuri di noi, più interessanti. Una società capace di farci sentire inadeguati anche nei giorni in cui stiamo facendo del nostro meglio.

Sono sopravvissuta alla fine di un amore che credevo sarebbe durato per sempre. Alla paura di restare sola. Alla fatica di imparare a bastarmi quando non avevo altra scelta.

Sono sopravvissuta a tutti quei momenti in cui guardavo gli altri andare avanti e mi chiedevo cosa ci fosse di sbagliato in me. A quelle giornate in cui sembrava che tutti avessero una direzione mentre io cercavo ancora la mia.

Sono sopravvissuta a un mondo che trasforma ogni passione in produttività, ogni hobby in un’opportunità, ogni minuto libero in qualcosa da ottimizzare. Un mondo che corre così in fretta da farci credere che rallentare sia sbagliato, sia una colpa.

Poi, a un certo punto, mi sono resa conto di una cosa: non ero l’unica.

Dietro i profili social perfetti, dietro i sorrisi nelle fotografie, dietro le carriere raccontate come successi lineari, c’erano ragazzi che combattevano battaglie simili alle mie.

Ragazzi stanchi.

Ragazzi spaventati.

Persone che si sentivano indietro.

Persone che fingevano di sapere dove stavano andando.

Forse siamo una generazione di sopravvissuti.

Sopravvissuti anche all’assenza emotiva.

A genitori che ci hanno garantito una casa, un’istruzione e delle opportunità, ma che spesso non avevano gli strumenti per accompagnarci dentro le nostre paure.

Abbiamo imparato presto a minimizzare ciò che sentivamo.

A non disturbare.

A essere forti.

A cavarcela da soli.

Molti di noi sono cresciuti sapendo cosa fare davanti a un problema pratico, ma senza sapere come affrontare il dolore, il fallimento, l’ansia o la solitudine.

Perché nessuno lo aveva insegnato nemmeno a chi avrebbe dovuto insegnarlo a noi.

Non ci hanno spezzato i grandi traumi. Ci hanno consumato le piccole pressioni quotidiane.

Siamo sopravvissuti a un mondo che ci chiede continuamente di essere di più.

Più produttivi.

Più brillanti.

Più presenti.

Più performanti.

Siamo cresciuti sentendoci dire che avremmo potuto essere qualsiasi cosa. Ma pochi ci hanno preparato alla pressione di dover dimostrare continuamente il nostro valore.

Ci hanno insegnato a inseguire la felicità come un traguardo e, nel frattempo, abbiamo imparato a convivere con l’ansia, con il confronto costante e con la sensazione di non fare mai abbastanza.

Siamo sopravvissuti anche alle aspettative sul futuro.

A una società che continua a misurare la vita attraverso tappe prestabilite: studiare, lavorare, trovare un partner, comprare una casa, sposarsi e avere un figlio.

Come se esistesse una sola strada possibile.

Come se, a una certa età, dovessimo tutti desiderare le stesse cose.

Come se la felicità fosse una lista da completare.

E così, prima o poi, arriva la fatidica domanda: «ma tu quando farai un figlio?»

Una domanda spesso posta con leggerezza, senza sapere cosa ci sia dietro. Senza conoscere le paure, i dubbi, i desideri o i dolori che abitano la vita di una persona.

Per alcuni avere figli è un sogno.

Per altri una scelta ancora lontana.

Per altri ancora non è una scelta desiderata.

Eppure viviamo in una cultura che continua a farci sentire incompleti se non seguiamo un percorso prestabilito.

Come se il nostro valore dipendesse dalla nostra capacità di aderire a un modello.

Come se essere adulti significasse necessariamente diventare genitori.

Forse crescere significa imparare a costruire una vita che assomigli a noi, e non a ciò che gli altri si aspettano da noi.

Siamo sopravvissuti alla precarietà economica mascherata da flessibilità, dalla “gavetta”.

Alla convinzione che impegnarsi sarebbe bastato.

Alla promessa che studiare, sacrificarsi e fare tutto nel modo giusto avrebbe garantito stabilità e serenità.

Siamo sopravvissuti alla sensazione di essere costantemente in ritardo.

In ritardo per trovare la nostra strada.

In ritardo per comprare una casa.

In ritardo per costruire una famiglia.

Eppure continuiamo ad andare avanti.

Con le nostre paure.

Con i nostri lutti.

Con le delusioni che non raccontiamo.

Con le domande che ancora non hanno risposta.

Continuiamo ad andare avanti anche quando siamo stanchi. Anche quando ci sentiamo persi. Anche quando il mondo sembra correre più veloce di noi.

E se non fossimo sbagliati noi? E se fosse impossibile stare al passo con tutto ciò che ci viene chiesto di essere?

Forse essere sopravvissuti non significa aver vinto.

Forse significa aver attraversato tutto questo senza smettere di cercare il proprio posto nel mondo.

Portandosi addosso le cicatrici, le assenze, i fallimenti e le rinascite.

Significa accettare che non esiste una vita perfetta, una tempistica perfetta o una versione perfetta di noi stessi.

Esiste soltanto il coraggio silenzioso di continuare. E, a volte, è molto più di quanto ci concediamo di riconoscere.

Essere sopravvissuti non è il punto di arrivo, ma di partenza.

Perché dopo tutto quello che abbiamo attraversato, siamo ancora qui. Con i nostri dubbi, le nostre fragilità e i nostri sogni che a volte sembrano troppo grandi e altre volte davvero lontani.

Non siamo la generazione che ha tutto risolto.

Siamo la generazione che sta imparando, giorno dopo giorno, a restare umana in un mondo che corre.

E se siamo arrivati fin qui, allora possiamo fare molto più che sopravvivere.

Possiamo scegliere chi diventare.

Possiamo costruire la nostra strada.

Possiamo trasformare le nostre ferite in forza.

Perché il futuro non appartiene a chi non ha paura.

Appartiene a chi, nonostante la paura, continua ad andare avanti.

Le cicatrici raccontano ciò che abbiamo attraversato.

Ma il nostro coraggio racconta ciò che scegliamo di fare dopo.

4 commenti

  • Camelia

    Molto molto bello ,ti leggo volentieri e sento moltissimo la tristezza nelle tue righe che è anche la mia per tantissime cose che hai detto ma soprattutto per cosa sta diventando la società di oggi. Ricordati però che sei anche la persona che è sopravvissuta a tutto ciò che hai appena scritto e forse credevi di non poter superare. La tristezza di oggi non cancella la forza che hai dimostrato ieri. Custodiscila, perché è ancora con te. ❤️Un abbraccio enorme

  • Anna

    Grazie per queste parole. Hai descritto con una lucidità disarmante una realtà che molti di noi vivono in silenzio: questo correre continuo per tappe prestabilite che spesso ci fa dimenticare l’importanza di restare umani. Sentirsi ‘sopravvissuti’ non è un’esagerazione, è la risposta a un mondo che chiede sempre di più. La tua riflessione è una boccata d’aria fresca e un promemoria prezioso: non siamo sbagliati noi, e le nostre cicatrici sono solo l’inizio della nostra strada. Un testo bellissimo e profondo.

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